giovedì 10 settembre 2015

Anni 80: Giorgio Cavazzano e la comunicazione pubblicitaria

Giorgio Cavazzano (Venezia, 19 ottobre 1947) è un grande fumettista italiano e uno dei disegnatori di fumetti umoristici più apprezzati in Europa. È colui che ha apportato modernità e innovazione allo stile Disney per illustrarne le storie di Topolino e Paperino – diventandone immediatamente un caposaldo, emulato dai giovani disegnatori –, lavora nella creazione di fumetti umoristici, e ha all’attivo numerosi lavori nel campo dell’animazione e della pubblicità.
Il focus di oggi è appunto s quest’ultima parte della sua attività, dato che il Maestro ha creato il character design di diversi personaggi pubblicitari negli anni 70/80, il periodo trattato da ADVintage.
Di lui ne parla in maniera egregia Gianni Brunoro, in un articolo per “L’autore e il fumetto”, Edizioni del Grifo (1994) che ringraziamo e di cui vi proponiamo un estratto.

Nel 1989, la Eldorado aveva avviato per i propri gelati, sulle pagine dei rotocalchi, una campagna pubblicitaria affidata alla “mano” umoristica di Silver, l’autore di Lupo Alberto. Dovendo poi, per continuarla l’anno successivo, cambiare il disegnatore, ne furono contattati alcuni e le loro proposte, testate direttamente sui punti vendita, furono sottoposte su mamme e bambini, cioè sugli acquirenti diretti: fu scelto proprio Cavazzano. Quindi è stata “scientificamente dimostrata la gradevolezza del suo modo dì disegnare per la pubblicità. Beninteso, non era necessario attendere l’ Eldorado per una affermazione del genere, visto che è dai remoti anni Sessanta che i lettori lo dimostrano in continuazione. Ma certo la pubblicità, con le sue concretezze operative, lo ha sancito in maniera incontrovertibile benché, quella non fosse “la prima volta” pubblicitaria. Era anzi, allora, l’ultima fra quelle a cui gli era stato chiesto di partecipare, e quella rivelatasi in seguito, per lui, la più prolungata e consistente. La prima campagna pubblicitaria di rilievo alla quale egli ha collaborato risale al 1979 ed era una specie di campagna istituzionale, per lo meno nel senso che venne pubblicata su uno cli quei periodici che si chiamano “house organ”, vale a dire quelle pubblicazioni che le imprese di qualunque tipo usano per reclamizzare, in certo senso, se stesse, o meglio per offrire di sé una determinata immagine sia al pubblico sia, spesso, ai loro medesimi collaboratori dì ogni livello gerarchico. In quella occasione, fu dunque la Fiat a contattare Giorgio Cavazzano per fargli realizzare delle strisce a fumetti da inserire in un proprio trimestrale. I testi, scritti da Rudy Salvagnini, erano incentrati su una specie di curioso terzetto: Oreste, un simpaticone grande e grosso, e sempre affamato; Carmelo, un procacciatore d’affari più smaliziato; e … un camion. Il motivo di fondo ricorrente, cioè la sostanza umoristica delle strisce, consisteva nei reiterati e sempre frustrati tentativi del trio di trovare un’attività che permettesse loro di guadagnare per cambiare il vecchio camion con uno nuovo IVECO. La seconda importante occasione pubblicitaria si presento nel 1980 quando curò per la Gibbs
Dental Division Tiadent una campagna pubblicitaria sulla prevenzione della carie. La realizzazione consistette in un opuscoletto a fumetti a fumetti che si svolgeva nell’ambito di una famiglia intitolato “Rossi’s Story” e scritto da Ferruccio Alessandri. Lo stesso materiale fu poi variamente utilizzato in modi diversi, per altre campagne ed altre utilizzazioni pubblicitarie. Benché il fascicolo fosse distribuito gratis attraverso le farmacie, e pertanto non in vendita, lo si potrebbe considerare un vero e proprio best-seller, perchè già inizialmente ne furono stampate centinaia di migliaia di copie, poi però esaurite ma ristampate più volte; e comunque seguite negli anni successivi da un’altra storia, il fascicolo “Rossi’s Story n. 211. In seguito, una campagna analoga, riguardante io specifico uso dello spazzolino da denti, fu impostata su manifesti, riportati anche su tabelloni, poi esposti addirittura negli studi dentistici. Risale invece al 1984 una campagna dovuta eminentemente alla” mano” di Cavazzano, e che per l’Italia costituì il primo utilizzo pubblicitario in grande stile di un personaggio disneyano, mentre precedenti campagne li avevano sfruttati per non più di pochi mesi. L’aspetto, se vogliamo singolare, di tutta la faccenda è costituito dalla circostanza per cui un pubblicitario si portava dietro il ricordo di lui fin dalla propria infanzia, da quando cioè era stato un suo lettore, ed ora che era un creativo della grossa agenzia pubblicitaria Ted Bates poteva finalmente realizzare il desiderio di lavorare con lui e chiedeva la sua espressa collaborazione, per affidare al suo stile accattivante la realizzazione di una serie di pannelli per una campagna. Oltre tutto, si trattava di un cliente importante, ossia la “Dival”, e di realizzare una campagna inconsueta: da realizzare, ovvero un prodotto finanziario. La campagna fa una serie di immagini singole di Paperone, personaggio disneyano, che con rimanda a faccende di soldi. La campagna diffusa sui maggiori quotidiani e settimanali italiani durante l’anno 1985, e fu poi ripetuta nel 1986, 1987 e 1988, per un complesso di sei-sette pannelli l’anno, diffusi sia sui maggiori quotidiani sia sui principali settimanali politico-informativi. Ma la campagna forse più congeniale alle caratteristiche – e forse anche alle aspirazioni – di Cavazzano è appunto quella citata all’inizio, per la Eldorado. Una volta chiarite le esigenze specifiche del cliente e le esigenze particolari del prodotto, fu avviata la campagna pubblicitaria 1989, diffusa soprattutto attraverso la stampa. La campagna era curata da Sandro Pellò, che l’ha seguita fin dall’inizio e poi l’ha fatta portare avanti da Cavazzano anche negli anni successivi. All’inizio, si trattava di storielle a fumetti in due tavole, aventi come protagonista il leone Eldoleo, in una buffa giungla umoristica: nelle vicenduole viene insinuato, in maniera molto discreta, un messaggio pubblicitario sui gelati Eldorado. Apparsa durante il periodo estivo poi del 1990, 1991 e 1992 sul settimanale Il Giornalino, la campagna è passata nel 1993 sulle pagine del Corrierino, con un messaggio fattosi via via più impattante e diretto. Affidata all’agenzia pubblicitaria Solaris, questa l’ha resa notevolmente più ricca e intensa: a Cavazzano è stata commissionata la stesura completa, testi e disegni, di 20 episodi di 4 tavole, usciti ugualmente sul giornale nel corso dell’estate. Il fatto che un’agenzia pubblicitaria offra a un autore di esprimersi secondo i mezzi che gli sono propri – su un organo di stampa specifico come il giornale per bambini, che è quello su cui più coerentemente può figurare una storia a fumetti – è la più grossa soddisfazione cui possa aspirare un comunicatore.


mercoledì 1 luglio 2015

Il Super Venditore

( articolo riveduto corretto con aggiunte di Valentina Cinelli)

È un aereo? È un uccello? No, è il SuperTestimonial.
Tralasciando il concetto di superuomo nicchiano o dannunziano, oggi ci soffermiamo sul superuomo più adorato e corteggiato di tutta la storia della pubblicità: Superman.
Nato nel 1933 dalla matita di Jerry Siegel e Joe Shuster, ma pubblicato dalla DC Comics soltanto nel 1938, Superman è in prima posizione nella classifica dei cento maggiori eroi della storia dei fumetti (prima di Batman, fatevene una ragione).
Talmente adulato dal marketing e dalle agenzie di comunicazione che, quando non era possibile permettersi l’originale, furono creati dei cloni ad hoc come testimonial. E questo accade sin dalla sua nascita negli anni 40 e continua ai giorni d’oggi.
Perché è cosi richiesto?

Super/lativo

L’obiettivo di ogni azienda è quello di promuovere l’immagine del proprio prodotto in modo superlativo.
Non potendo sfruttare il superlativo relativo in comunicazione (la pubblicità comparativa in cui un prodotto viene messo in confronto con i concorrenti – “X lava meglio di Y” – è ancora soggetta a regole troppo restrittive), la via più ovvia è di sfruttare il superlativo assoluto.
Quindi il prodotto diventa “super” in ogni senso, superpotente, supersbiancante, superbuono, superassorbente… e chi più ne ha più ne metta.

Super/uomo

Poiché il super uomo mette i propri super poteri a disposizione della collettività (con le varianti come il “Gigante amico” o il “Genio del pulito” ecc.) catalizza i sogni e i bisogni delle diverse età evolutive dell’uomo (e di conseguenza dei diversi segmenti di target):
Protezione e sicurezza per i bambini;
Autostima e voglia di riscatto per gli adolescenti (la trasformazione dal mite Clark Kent a Superman);
Esibizione narcisista e superiorità sessuale per giovani uomini;
Recupero della fantasia e ritorno alla giovinezza per quelli un po’ attempati, imborghesiti o resi cinici;
Principe azzurro per le ragazze;
L’uomo vero per le donne;
Sogno proibito di eterna giovinezza per chi è molto in là con gli anni.

Superpoteri

I superpoteri non sono solo prerogativa umana, ma possono essere trasmessi sotto altre forme a diversi soggetti: super animali per le aziende di mangimi e super prodotti antropomorfizzati per cibi, bevande e prodotti di pulizia.
Richiestissimo in tutte le epoche, nella galleria che segue mostriamo lo sviluppo tematico e iconografico che ha subito e che lo ha reso spesso protagonista della comunicazione, a partire dalle decadi 60-80 fino ai nostri giorni oggi.






domenica 28 giugno 2015

due interessanti articoli...

Che la pubblicità sia sempre stata lo specchio della società è cosa risaputa. Attraverso la sua storia ed evoluzione ci mostra come siamo e, scavando indietro nel tempo, come eravamo.
Durante le ricerche per questa rubrica, dedicata alla comunicazione pubblicitaria dal 60 agli anni 80, ho trovato un paio di articoli di quest’ultimo periodo molto interessanti. Due documenti che propongono uno spaccato di come la società veniva percepita attraverso la lente d’ingrandimento della pubblicità, quando i canali dedicati alla sua diffusione erano la radio, la tv, la stampa e le affissioni.
Un documento di visione e analisi della percezione comunicativa di un tempo non così lontano ma totalmente diverso da oggi; un analisi a tratti disincantata, ironica, ma mai di parte, che ci fa capire come siamo cambiati noi italiani.

Epoca (1979)

Articolo (ridotto e riadattato) a cura di Carla Stampa.
Eravamo così… 
Nella pubblicità, le donne italiane, giovani e meno giovani, sono tutte ammalate di bianco mania.
Una macchia sul colletto della camicia del marito o sul grembiule del bimbo le mette in crisi.
Bianco deve essere il bucato e, se è possibile, più bianco del bianco.
Si intuiscono lotte furibonde per il possesso del detersivo preferito.
Si scatenano bassi istinti, ad esempio l’invidia: due amiche si incontrano per strada, una si accorge che l’abito dell’altra ha i colori più splendenti e avvampa di gelosia, chiedendo perentoriamente: Tu come fai?
Bianchi devono essere anche i denti, bianchi e tirati a specchio i pavimenti, trasparenti i vetri, senza un granello di polvere i mobili, il forno anche deve avere la coscienza a posto.
Pulizia, ordine e lucentezza costituiscono il vangelo della donna italiana.
In mezzo a tutto questo c’è anche la cura dei figli, e dall’espressione penosa e pensosa delle mamme pubblicitarie si capisce che deve essere una grossa preoccupazione.
Niente paura, c’è rimedio a tutto: una merendina e le povere creature avranno calorie per sopravvivere.
Intorno a questa famiglia sigillata in appartamento con moquette e cornici dorate, che trova la felicità nel frigorifero stracolmo e nell’elettrodomestico infallibile, ruotano nonni dal sorriso melenso, giovanotti fracassoni e vicini di casa simpatici e sorridenti.
Così tutte le sere, per 365 giorni all’anno gli italiani si vedono nella pubblicità… ma si riconoscono?
E noi, ci riconosciamo ancora in questo?
Rileggo la frase Pulizia, ordine e lucentezza costituiscono il vangelo della donna italiana e rifletto.
Rifletto che mobili in tv nessuno ne pulisce più, le pulizie delle piastrelle sono affidate a un single maschio che spiega alle sue amiche – coinquiline o protagoniste del festino svolto in casa la sera prima, e causa dello sporco e del disordine che vediamo – come ottenere la brillantezza e il giusto utilizzo del prodotto.
La macchia della camicia questi uomini se la tengono, perché nessuno vuole più avere un marito e a pulirle con c’è più la moglie devota anni 80. Anzi chi ne aveva ancora uno l’ha scaricato con gioia e senza problemi, a differenza di quelli che invece hanno a causa del “fastidioso malessere del ciclo”… ma fortunatamente a questo punto subentra l’amica cougar, felice per aver trovata una comare per l’acchiappanza serale e che per ringraziarla di tutto questo, le consiglia le pillole medicamentose per lenire il problema mestruale, così possono essere pronte fresche e pimpanti per la caccia al toyboy che le aspetterà da li a poc’anzi.
La figura paterna è praticamente scomparsa, i frigoriferi sono si colmi, ma di portentosi prodotti contenenti ceppi probiotici actiregularis per mantenersi in forma andando di corpo.
Merendine non ce ne sono più (le industrie fornaie sono in crisi). Di loro ne parla solo un ex piacione, ora mugnaio impazzito, che parla con una gallina.
Ci riconosciamo in questa nuova versione?


 

La Stampa (1980)

Estratto a cura di S. Franchini
– Dottore dottore, guarisca il mio bambino, non lo riconosco più: parla insensato, ripete frasi strane. Gliene ripeto qualcuna:
“All’uomo in ammollo non viene il torcicollo”
“L’etichetta nera crea l’ atmosfera”
“Mangio un po’ di fiducia”
“Fuori è buio, chiaro no?”
“Mi spunta un fiore in bocca”
“Un bianco che abbaglia”
Mi dica dottore, è grave?
– Signora non si preoccupi, si tratta di banale pubblicitite, una malattia frequente al giorno d’oggi.
– Cosa devo dargli? Sciroppi, pillole?
– Spenga la TV. Sarà sufficiente.
Oggi La pubblicitite non esiste più, sogno anacronistico ancora di qualche copy nostalgico convinto di sfornare claim potenti ma che, eludendo le sue ambizioni, durano dalla sera alla mattina.

Ci sono però altre malattie da debellare: la socialnetworkite, la emoticonite, la selfite… forse più pericolose.

lunedì 22 giugno 2015

Oh my darling Valentine

L’anno era il 1969, non c’erano tablet né laptop, ma per i giovani era viva l’esigenza di avere sempre dietro le proprie passioni.
Per la musica c’era il vecchio Penny, il mitico mangiadischi portatile rosso fuoco; per chi aveva l’hobby della scrittura, e voleva cogliere in spiaggia l’ispirazione per una poesia, c’era lei: La Valentine.
Fu progettata da Ettore Sottsass per la Olivetti in pieno “Autunno caldo”, in contrapposizione all’austerità chic della famosa “lettera 22”.
Ideata come una “macchina anti-macchina” per l’uso in qualsiasi luogo, con un hard-case e una maniglia per il facile trasporto, era considerata trasgressiva non soltanto perché rompeva con la tradizione aziendale, ma anche per lo stile di vita nuovo che si respirava in quegli anni.
La macchina da scrivere portatile della Olivetti nella sua semplicità riusciva a essere innovativa.
Nella realizzazione
Era in plastica ABS, invece del consueto alluminio, di colore rosso Valentine, adottato sia per il corpo macchina, sia per la custodia.
Nel design
La tastiera spiccava dal resto della macchina grazie all’accostamento dei colori rosso e nero, “in modo da fare dello strumento di scrittura un ‘oggetto’ atto a farsi notare, ad essere utilizzato anche da un pubblico meno professionalmente motivato alla scrittura meccanica” (“Notizie Olivetti” giugno 1969).
Nella Comunicazione pubblicitaria
La campagna dedicata al lancio della macchina era caratterizzata da toni scherzosi nei testi e nella grafica dei bozzetti, in linea con il design e il colore stesso della Valentine. Grafici noti come Milton Glaser, Yoshitaro Isaka, George Leavitt e Roberto Pieraccini riuscirono a creare un’immagine nuova e accattivante che prevalse persino sull’immagine globale della Olivetti.
Famosa la pubblicità di Glaser che reinterpreta un particolare della “Morte di Procri” del pittore rinascimentale Piero di Cosimo.
Da un bell’articolo di www.StoriaOlivetti.it
“La campagna pubblicitaria per il lancio della Valentine viene ideata tenendo conto che la macchina vuole essere un prodotto di largo consumo, un prodotto che tutti possono usare dovunque. Ecco il perché dei grandi manifesti nelle vie della città, nelle metropolitane, nelle stazioni ferroviarie; degli avvisi sulle riviste popolari; dei brevi film destinati al cinema.
Ed ecco perché Sottsass, a cui è affidato anche il coordinamento di tutte le componenti delle campagne pubblicitarie, dice: “Siamo andati a mettere la Valentine dappertutto, in più posti possibili, per vedere come si comportava e cosa succedeva intorno e abbiamo fatto un sacco di fotografie. Così dopo un po’ siamo venuti in possesso di una grossa documentazione, una specie di reportage del viaggio fatto fra la gente da un oggetto invece che da una persona. E non è neanche andata tanto male, perché tutti erano contenti di giocare con questa Valentine, di starle insieme, e del resto anche lei, questo oggetto rosso, finiva per confondersi abbastanza bene con le cose che già ci sono nel mondo, le cose naturali e le cose artificiali che fanno questa gran confusione nella quale viviamo.” 

Il successo della Valentine è basato sulla sua semplicità. Già nel 1971 entra a far parte delle collezioni del MOMA di New York e negli anni ’90 se ne è ripresa la produzione negli stabilimenti messicani dell’Olivetti, per soddisfare la domanda di quanti vedono nella Valentine un oggetto cult.



venerdì 19 giugno 2015

1965 – 1989. L'incontro tra un polipetto ed un fotografo famosi.

La storia che raccontiamo oggi è una storia legata a filo (di lana) doppio tra un polipetto e un fotografo, entrambi di fama internazionale.
Il polipetto è l'icona di un maglificio trevigiano creato e disegnato da Franco Giacometti nel 1971, riproduzione di una trama tessile detta in dialetto veneziano “folpetto” ovvero Polipetto, accompagnato da un lettering per l'epoca molto originale. 
Il brand , per chi non l'avesse ancora capito, è quello della Benetton. 
Il fotografo, ovviamente, è Oliviero Toscano. 
La storia dell'azienda nasce nel 1961 con una felice intuizione: anziché usare colori di lane diverse per i propri maglioni si lavorava la lana grezza e la si colorava a seconda dell'esigenza della moda del momento.
E dei colori se ne occupò anche il secondo protagonista di questa storia ,appunto, il fotografo e art director Oliviero Toscani, che usava per la pubblicita dell'azienda sempre modelli di etnie diverse.
La collaborazione con la Benetton inizia nel 1982 e grazie all'uso continuo di tematiche molto scottanti come il razzismo, l'alcol, l'Aids e l'omossessualità per i suoi discussi manifesti, ne consacra la fama mondiale.
Nel 1989 ideò lo slogan “tutti i colori del mondo” che diventerà prima l'headline dell'azienda poi vero e proprio marchio (United colors of benetton) disegnato da Bruno Sutter.
( per la cronaca, nel 1996 , da centrale le scritte avranno una giustificazione a sinistra, restyling di Massimo Vignelli).
Nelle immagini forti di Toscano sembra che non ci sia nessuna attinenza tra esse e il prodotto Benetton pubblicizzato ma in realtà non è così: esiste sempre una corrispondenza cromatica e simbolica con il clame, cioè che il colore abbatte ogni barriera.


venerdì 12 giugno 2015

1975 - Un tratto di successo

L’anno era il 1975, l’anno in cui la maggiore età in Italia passa da 21 a 18 anni, Amarcord di Fellini vince l’Oscar, Montale vince il Nobel, e nasce la Tratto Pen.
La FILA – Fabbrica italiana Lapis e Affini, affida allo studio Design Group Italia fondato da Marco Del Corno, la progettazione di un nuovo modello di penna a pennarello usa e getta, sulla base di una penna con punta intercambiabile, un progetto giapponese che ha avuto un immenso successo e ritenuto assolutamente innovativo.
Prende vita la Tratto Pen, la penna-pennarello per antonomasia, compagna di viaggio e strumento quotidiano di scrittura: design, innovazione, tecnologia e funzionalità si incontrano in questa penna, simbolo della creatività italiana.
L’obiettivo era quello di creare una penna per la scrittura, esteticamente bella e che riuscisse a incontrare le esigenze del pubblico non solo come oggetto dedicato all’azione dello scrivere, ma come un vero e proprio life style.
Obiettivo fu raggiunto fin da subito.
Grazie al design semplice, lineare ed essenziale Tratto Pen è da sempre una penna molto amata e di grande successo. Fu presentata a Milano al Chibi Cart, la più importante fiera di cartoleria e oggettistica, e in un solo giorno vennero venduti 2 milioni di esemplari. E nel 1979 vinse invece il premio Compasso d’Oro, il più autorevole riconoscimento di design a livello mondiale.
Indistruttibile, interamente di plastica e alla portata di tutte le tasche, nel corso degli anni si è vestita con diversi colori, ma la sua linea classica, snella e sottile è rimasta immutata nel tempo, risultando sempre attuale e affascinando milioni di appassionati della scrittura.
Negli ultimi 30 anni è diventata inseparabile compagna di architetti, designer, uomini di cultura e studenti, patrocinando molte iniziative dedicate alla scrittura e al design.
Di seguito vi proponiamo La campagna Fila Tratto Pen, quarta classificata al premio COPY (cat. Stampa) del 1979.
L’ Agenzia è la  TBWA, Art Direction di Fulvio Talamucci, copywriting di Renato Granata e illustrazioni di Férenc Pinter (autore tra l’altro della splendida illustrazione pluriplagiata della copertina di “Smeraldo” di Soldati), Giancarlo Cereda e Fulvio Talamucci.

( editing valentina Cinelli.L'articolo e stato pubblicato anche qui: 
http://www.tiragraffi.it/2015/06/advintage-1975-un-tratto-di-successo/) 























lunedì 18 maggio 2015

L'italian's Life Style in un cocktail

Uno dei momenti più rappresentativi del life style italiano, l’aperitivo, – prima che vecchie carampane e vegliardi travestiti da ragazzini affollassero i bar sporcandolo con aberranti neologismi tipo “apericena” e ordinando cocktails dai nomi esterofili – aveva un solo nome: Martini.
Un nome che, in giro per il mondo, continua a rimanere per le persone di una certa classe.
Martini infatti, in oltre 40 anni di storia pubblicitaria, ha fatto della comunicazione il suo fil rouge prioritario imponendosi come marchio internazionalmente riconosciuto, e registrando ad oggi 6 milioni di drink consumati in almeno 30 paesi diversi.
Se in Italia ha saputo cogliere abitudini e virtù di questo popolo, nel mondo ha saputo trasmettere l’italianità stessa, intesa come eleganza, socialità, bellezza, successo e stile… diventando a tutti gli effetti, i punti forti del suo brand values.
Forte quindi di una comunicazione sviluppata, sempre in estrema coerenza, a costruire un immagine di alto profilo ma accessibile a tutti, Martini è riuscita a collocarsi in una posizione extracommerciale, diventando un vero e proprio status.
È stata antesignana nel saper promuovere la marca con la presenza fissa di testimonial celebri della cultura, sport e spettacolo, all’apice della loro carriera: già dagli anni ’30a partire dal grande Tazio Nuvolari, passando per gli anni ’70, dove Paolo Villaggio testimonial televisivo, racconta storie che nascono da sogni proibiti, e Ornella Vanoni canta il jingle che arriva fino agli anni ’80.
Non bisogna scordare le sponsorizzazioni sportive e i team appositamente costruiti per gare e trofei (una su tutte quella dei rally) nonché la creazione, nell’ambito del diverimento serale, delle famose Terrazze Martini degli anni ’60: sedi esclusive affacciate sulle più belle città del mondo. La piu famosa rimane quella di Milano al 15° piano del “grattacielo”, progettato dall’architetto Luigi Mattioni, in Piazza Diaz: luogo protagonista di presentazioni di anteprime di film come “La Dolce Vita” di Fellini, “La notte” di Antonioni e “L’ultimo metrò” di Truffaut, nonché cornice esclusiva degli aperitivi della “Milano da bere” degli anni ’80.
Ultimo ma non ultimo, la Martini fu la prima a brandizzare oggetti per hotel e ristoranti, come il famosissimo posacenere diventato ricercato oggetto da collezione.
Nelle pubblicità raccolte in quest’articolo, vediamo l’evoluzione e il messaggio del brand in base agli anni: da quelli di avanguardia grafica dei primissimi ’60 disegnati da Casorati, a quelli di timida emancipazione femminile, protagonisti di quella fine decade, quelli ammiccanti e di libertà tipici degli ’70, fino a quelli lussuosi e “yuppistici” degli ’80